Anno di grazia 1990. La pantera nelle università italiane. Il riverbero di un passato sessantottino, unito alle khefiah di turno ed alle canne di complemento-stordimento, faceva di nuovo capolino nel panorama studentesco nazionale. Otto esami, all’epoca, mancavano alla consegna del libretto universitario ed alla successiva laurea. Era un brutto colpo ed un grosso ostacolo per me quel momento storico. Alla facoltà di economia si studiava allora, eccome se si studiava. Leve differenti, poi, spingevano gli studenti a dilatare o meno l’arco temporale da dedicare agli studi. C’era chi aveva genitori normali, e magari al lavoro“out border” per permettergli di studiare. C’era chi, figlio/a di famiglie borghesi e benestanti, veniva messo in carico alla nonna pensionata per risultare nullatenente e quindi bisognoso. Assegni cospicui da parte dello stato, casa dello studente e pranzi gratis erano garantiti “alle merde” per almeno quattro anni. Modi di essere e di fare differenti. Lo sprezzo, leggibile sul viso, di chi può quello che vuole. Giornate passate a studiare in facoltà. Sudore pagato a caro prezzo. E poi c’era chi passeggiava forte delle sue immense potenzialità. Specie le belle ragazze di buona famiglia. Quando l’adolescenza da poco ti ha abbandonato, avere comportamenti demenziali è quantomeno comune da parte di ragazzi e ragazze. Si giocava ad un gioco duro ed inglese all’epoca e si finiva per essere preda di gruppi di ragazze in bilico. Già, le giostre. Non le ho mai apprezzate. Le avevo dimenticate le giostre. Allora si definivano giostre le ragazze con forte propensione al gioco ludico metaforizzato. Vi erano differenti tipi di giostra: la piangente, la felice, la fidanzata, la onerosa, etc.etc. Non mi dilungo sul perché venissero definite tali. Tutti, prima o poi, salgono su una giostra nella loro vita ma, nessuno vuole restarci su per molto tempo. Intrattenimento ludico fine a se stesso. Le giostre non piacciono in fondo. Le giostre avevano comportamenti utilitaristici. Produttività marginale ai massimi livelli. Minimo sforzo massimo risultato. L’ultima volta che ne ho visto una è stato quindici anni fa ad una festa di carnevale. Mi recavo nel luogo sacro quando trovai tre persone che si giostravano una giostra. Sorrisi, forse, tra il divertito ed il disgustato ed andai via tra inviti personali a rimanere ed epiteti vari. Ho rivisto quella giostra, in ambito lavorativo, nemmeno un mese fa. Riunione con il colosso americano hitech. Ritardo abissale e venivo messo al corrente della presenza della super dirigente senza nome. Entro e saluto tutti con garbo. Ci presentano e ci riconosciamo. Lei si incupisce mentre io sorrido. Dopo un’ ora di presentazione degli innumerevoli “plus” che la sua azienda rappresenta, le chiedo di motivarci sui perché dovremmo scegliere loro al posto di altri pretendenti. Le chiedo perché dovremmo firmare un’accordo quadro con chi è abituato a firmarne di default. Le chiedo perché dovremmo salire su una giostra sulla quale salgono tutti ma, solo per il nome che ha e nulla più. Come può garantire la nostra azienda dal non diventare un partner tra i tanti? Magari può farci uno sconto sul costo dei servizi in preventivo D.ssa…….? Leggero stupore tra gli avventori, sicurezza nel mio modo di pormi, forte fastidio nel biascichio delle sue parole di accettazione, una sedia si sposta improvvisamente e la persona saluta tutti per un impegno improvvisamente assunto. Oggi chiamano al telefono dalla mega direzione stellare e passano la super dirigente multinazionale. " Ho appena comunicato alla business unit che rinuncio all’incarico di supervisor presso il cliente." "Tu rievochi dei fantasmi che ho scacciato e dopo tanto tempo mi fa male." "Vuoi che recitiamo insieme l’atto di dolore G.?"" Sei caustico sai?.Sono una persona diversa ora. Sono sposata ed ho un figlio."" Contento per te G. ma, dimmi la verità sul perché hai rinunciato all’incarico?""Tranquillità lavorativa e poi per te resto una giostra. Non è vero forse??" "Ciao G. Buona fortuna".
Scritto da : zuruck
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